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“L’Emilia non è l’Italia”

Come già scritto, la funzione dei partiti in quest’ultima tornata elettorale è stata pressoché inutile. I meriti della vittoria, così come della sconfitta, sono da ricercare quasi esclusivamente negli attori protagonisti. Parliamo certamente dell’Emilia-Romagna, ma in questo discorso rientra anche la Calabria che per la prima volta nella sua storia elegge una donna come presidente regionale. La vittoria del centro destra non era mai stata realmente in discussione: la conferma era arrivata direttamente dal primo exit poll, dove Jole Santelli era avanti al candidato del centro sinistra, Pippo Callipo, forte di un distacco poi trasformato in vero e proprio plebiscito (ben venticinque punti di distacco tra i due). Il centro destra unito gode, quindi, nel Meridione mentre il Partito Democratico si rammarica di quel poteva essere ma non è stato. Unità, mancanza di coesione: insomma, quello che è mancato in Calabria è stato però ottenuto in Emilia-Romagna, si potrebbe concludere. In realtà, così non è.

La vittoria di Stefano Bonaccini ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tutto il centro sinistra. Questo dovrebbe già far comprendere fino a che punto si era spinto Matteo Salvini, capace di alludere addirittura alla rossa Emilia-Romagna. E di ragione ne aveva da vendere. Alle ultime elezioni europee, infatti, la Lega si era imposta come primo partito, guardando dall’alto in basso le forze di centro sinistra staccate di ben sette punti. Tentare l’impossibile era quindi obbligatorio. Seppur la riconferma non è arrivata dalle urne di domenica, il 31% è una percentuale di consensi elevatissima per chi alle ultime regionali del 2015 prendeva poco meno del 20% e si fermava addirittura al 5% l’anno precedente alle europee. Probabilmente, se Matteo Salvini non avesse preso la questione sul personale avrebbe anche vinto.

E invece, non solo ha perso, ma ha perso male, nonostante i 90.000 euro utilizzati solo nell’ultimo mese di propaganda elettorale per arrivare all’obiettivo (un dato: in Calabria la Lega ha speso appena 828 euro). Eppure il segretario leghista dovrebbe aver imparato dalla storia, neanche così lontana, che ridurre il tutto alla semplice frase “con me o contro di me” non paga: nel momento in cui si personalizza il voto, vincere diventa quasi impossibile. Non hanno aiutato i piagnistei e le patetiche autoflagellazioni sul caso Gregoretti, così come è risultato controproducente l’affrettato giudizio su Bibbiano e la fittizia lotta alla droga porta a porta. Probabilmente, non è stato neanche così lungimirante oscurare completamente la figura di Lucia Borgonzoni che, in caso, avrebbe dovuto governare (dettaglio non da poco). Eppure, Salvini non ne esce con le ossa rotta. I voti della Lega, seppur in leggero calo dalle europee, sono in netta crescita rispetto alle politiche del 4 marzo 2018. L’Emilia-Romagna ha retto contro l’urto leghista ma, come giustamente sostenuto dal neo presidente eletto: “l’Italia non è l’Emilia”. Una frase, questa, che racchiude in sé una verità scontata ma che è necessario ribadire a quelle che forze che ora gongolano del nulla. 

Vincere in Emilia-Romagna è tutto fuorché merito del Partito Democratico. Abbandonato, messo da parte, non considerato. Il bello è che il partito, oltre ad accettare questo ruolo senza batter ciglio, non ha neanche provato a rivendicarsi l’unica vittoria ottenuta da anni a questa parte. Il segretario Dem, Nicola Zingaretti, ha ringraziato il movimento delle sardine per la grande mano che hanno dato al partito durante la campagna elettorale. Anche il suo vice, Andrea Orlando, ha parlato del movimento come l’elemento chiave della vittoria del centro sinistra (“senza le sardine il Pd non avrebbe vinto”).

Insomma, che il Pd vinca o perda, sembra sempre che le cause siano esterne al partito. Soprattutto, l’ennesimo endorsement nei confronti delle sardine non fa altro che dimostrare la debolezza di chi, invece, dovrebbe farsi desiderare. Ci spieghiamo: che il primo partito del centro sinistra rincorra in questo modo un movimento giovanile capace di esprimersi solamente contro Matteo Salvini, lascia perlomeno qualche dubbio riguardo l’autorevolezza del partito stesso. Le sardine possono aver avuto sicuramente un’influenza positiva sulla scelta degli elettori riguardo Bonaccini, ma niente più. Possiamo, anzi, sbilanciarci. Se si confrontano i voti delle ultime europee con quelli del 26 gennaio, si nota come la Lega abbia continuato a prendere consensi nelle aree rurali della regione, mentre il centro sinistra trova nuovamente la sua roccaforte in quelle urbane. Le sardine non si sono mai spinte fuori le città, hanno nuotato in lungo e in largo dimenticandosi di andare a parlare a coloro che andavano davvero “convertiti”. Il tonfo del Movimento 5 Stelle, piuttosto, ha consegnato voti determinanti a Bonaccini: se si guardano i flussi di voto si può notare come la maggior parte degli elettori pentastellati abbiano questa volta preferito l’ex presidente regionale. 

Il Movimento si trova al tramonto della sua era e, forse, è tempo per loro di fare qualche bilancio per comprendere cosa di buono questa esperienza politica ha portato, cosa invece andrebbe rivisto. Perdere in questo momento storico è possibile, scomparire dalle urne elettorali in questa maniera dovrebbe far riflettere. Prima l’Umbria, poi le Europee. Ora l’Emilia-Romagna e la Calabria. I pentastellati si trovano ad un bivio: continuare sulla stessa linea o convergere almeno idealmente con il Pd, come suggerito sottovoce dallo stesso Orlando. Qualsiasi sia la decisione che prenderanno, queste regionali ci hanno portato una conclusione incontrovertibile. La fine del tripolarismo riporta il contendere politico tra sole due forze. Una, che anche quando perde cresce. L’altra, che anche quando vince ne esce ridimensionata. Il vento per la Lega non è cambiato e, molto probabilmente, queste elezioni non rivelano l’identità politica del paese come si voleva dimostrare. 

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